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La cucina napoletana è nota in tutto il mondo per la bontà dei suoi piatti e soprattutto perché i napoletani ne vanno fieri e portano avanti con orgoglio le sue tradizioni.

Se è vero che la nostra città, in fatto di cibo, si associa quasi sempre alla pizza, è anche vero che ci sono tante altre pietanze che fanno parte della nostra cultura, tanto quanto la regina di Napoli, e che ci rappresentano nel mondo allo stesso modo. Una di queste è la frittura di pesce, protagonista indiscussa delle nostre tavole a Natale, ma così saporita da essere gustata ogni volta che ne capita l’occasione (durante le feste il classico baccalà fritto è irrinunciabile, ma questa è un’altra storia e della sua bontà abbiamo già parlato in un precedente articolo).

La frittura napoletana è ricca, variegata e profuma di mare, proprio come la nostra città, e dei suoi eccessi positivi conserva tutto il sapore. Ma cos’è che la rende così speciale?

Di sicuro la scelta di un pescato di prima qualità che si sposa perfettamente, dando vita ad un tripudio di sapori unico: irrinunciabili in un tradizionale piatto di pesce fritto sono i calamari, i gamberi, le triglie, gli scampi e i naselli, tutti prodotti freschissimi, che quando vengono messi in tavola, conservano ancora il sapore del mare (perché quando si prepara una frittura di pesce a Napoli lo si fa per bene!)

La frittura di paranza

A Napoli siamo famosi anche per la cosiddetta “frittur e paranz“, un piatto a base di pesce fritto che comprende solo prodotti di piccolo taglio, come sogliolette, alici, merluzzetti e triglie. Questo nome, divenuto ormai più che consueto nel vocabolario della nostra terra, prende spunto dalle imbarcazione che venivano utilizzate in passato per la cattura dei pesci, le quali si caratterizzavano per il fatto di procedere sempre insieme. Da qui si capisce anche perché nel gergo napoletano il termine paranza è stato scelto per indicare un gruppo di persone unite da legami lavorativi o da amicizia.

La diffusione di questa bontà marina sembrerebbe attribuita ai romani, i quali, essendo grandi estimatori delle terme, giunsero ad Ischia, probabile patria di questo piatto, e da lì lo diffusero nella vicina Pozzuoli, dando vita ad una tradizione culinaria che non ci avrebbe più lasciato.

 

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